|
Nel nostro quartiere c’è un sito, quasi sconosciuto ai più, che nelle
mappe dei secoli scorsi viene raffigurato come un gruppo di case immerso
nel verde ed isolato dalle altre piccole contrade della nostra collina.
Quel sito è ciò che resta, oggi, dell’antico " (…) aereo villaggio di
Due Porte", così descritto dal grande storico napoletano Carlo
Celano (1617-1693) nella sua opera: "Notizie del bello, dell’antico e
del curioso della città di Napoli". "Qui", scriveva ancora il
Celano, "i primi splendori del sole quando la state si leva dal
Somma, i primi raggi della calma luna che sorge dalle cime del Vesuvio
…" (2). L’edicola di un giornalaio in Via B. Cavallino nasconde,
alquanto, alla vista del passante, la ripida discesa che, fiancheggiando
l’antica Chiesina di Santa Maria delle Grazie, sfocia in una minuscola
piazzetta centro di un incrocio di più viuzze. Due archi affiancati poi,
piccoli e bui, immettono nelle stradine Molo ed Arco San Domenico che,
sottoposte l’una all’altra, formano una meravigliosa balconata pensile
tra il verde della collina retrostante e lo straordinario panorama della
città sottostante e tanto lontana; uno spettacolo incantevole.
" (…) la salubrità dell’aria e l’amenità di quelle campagne vi han
richiamati in tutti i tempi parecchi cittadini a diporto, ed esimi
letterati a formar le loro opere", così raccontava Lorenzo
Giustiniani nel suo "Dizionario geografico ragionato del Regno di
Napoli" ed il Fasano, altro scrittore napoletano del settecento,
annotava in una lettera ad un amico di abitare " (…) in una casa
amena, vistosa, di buona aria e abitata intorno dalle fate". Le
fate, per il Fasano, erano le tante giovani lavandaie della zona che,
stropicciando i panni sulle lastre di pietra, lasciavano intravedere le
loro procaci formosità e gioiosamente cantavano: " (…) siéntelo
mammà, ca passa cantanno/ lu guappatiello de lu core mio/ cù ‘na
calasciuncella va sunanno/ crireme mammà, ca me fa murire".
Il celebre Gian Battista Della Porta, ricorda ancora il Giustiniani,
" (…) vi si fece una casina, e diede nome ad una di quelle contrade
che in oggi correttamente chiamiamo Due Porte, checché in contrario
avesse detto il Sig. Fasano nelle sue "Lettere villanesche", e che io
brevemente confutai in altra mia opera fin dal 1793".
La confutazione indicata dal Giustiniani è la secolare controversia
che divise, e divide ancora, gli studiosi delle cose napoletane per
significare l’esatta derivazione del termine Due Porte, perché alcuni
l’attribuiscono a diporto per indicare una gita per divertimento in un
posto ameno, altri per ricordare che lì i due fratelli Della Porta
possedevano una proprietà ed altri ancora scrivevano che la nobile
famiglia Costanzo di Pozzuoli, avendo in quella zona dei beni, vi fece
costruire nel secolo XVII una villa che aveva due portoni ed una Chiesa
col titolo di S. Maria in Porta Coeli e San Gennaro "(…) affinché la
gente delle circostanti dimore non dovesse faticare", si legge nella
lapide sovrapposta alla porta d’ingresso della stessa vandalicamente
devastata, "per le pratiche del culto col trarre in chiese lontane".
Anche Pietro Giannone, il grande storico napoletano ed uno ed uno dei
maggiori dell’illuminismo italiano, passava molti mesi dell’anno intento
a scrivere la sua grande opera "Istoria civile del Regno di Napoli"
nella sua casa di Due porte identificata poi nella Villa Visocchi, o
Villa Anna, che si può ammirare in Via Carlo Cattaneo detta, una volta,
Salita Monte Due Porte. La casa, un tempo, non si presentava come il
monumentale edificio di oggi e lo stesso Giannone ce la presenta così
nella sua autobiografia: "(…) Toccate a’ miei clienti alcune rendite
e case poste a Due Porte o perché ivi si mostrano due antiche porte, o
perché ivi tenevano le loro ville i due famosi fratelli Porta filosofi e
letterati napoletani, io le comprai. Fatto che ebbi tal acquisto ridussi
in stato migliore quell’abitazione e fornitala di tutti gli arredi e
suppellettili, nelle ferie estive e vendemmiali trasferiva ogni anno a
Due Porte il mio domicilio; dove non tralasciando il mio mattutino e
vespertino esercizio in camminare per quelle campagne, tutto il
rimanente delle ore consumava in proseguire il lavoro dell’intrapresa
istoria. Per questo mio ritiro, e perché anche dimorando in città poco
volea farmi vedere nelle conversazioni e nelle altre brigate d’amici… -
Prendeva gran piacere degli ameni libri, del mare di Posillipo, e delle
campagne e delizie vedute di Due Porte, dove io soleva portarmi: queste
mi facevan dimenticare e posporre tutt’i diporti della città, dé teatri,
ed altre feste, e pompe del real palazzo; … l’altro mio sollievo e
ristoro era di godere non men delle belle fattezze del corpo, che delle
belle doti dell’animo d’una donzella ch’io, con volere di sua madre
vedova e dé fratelli, ebbi verginella in mio poter, e …" (1)
|